Il cardinal Martini e la Val di Fassa
La data del mio primo incontro, in estate, con il card. Martini sta scritta all’interno dell’opuscolo, che mi fu donato dallo stesso a Canazei (sabato 13 agosto 1983). Lo incontrai nella chiesetta della Madonna della neve a Gries di Canazei: lo aiutai a mettersi gli abiti liturgici e uscimmo di chiesa. Martini era imponente di statura; uscendo, la tiara toccò la traversa della porta e cadde; un gruppo di ospiti gridò: “Si fermi, ha perso il berretto”; lo raccolsero e glielo porsero; Martini sorrise e ringraziò. Seguì la processione sino alla chiesa parrocchiale gremita di ospiti lombardi. Io ero allora sindaco ed ebbi l’onore di porgergli il saluto della comunità. Nella celebrazione Martini teneva gli occhi azzurri spesso chiusi oppure rivolti verso l’alto. In una posa monumentale, la mano sinistra aderente al fianco, la destra spesso protesa, quasi profeticamente, in avanti, nell’omelia, scritta, parlò dei “segni dei tempi”: delle positività e delle problematiche che si prospettavano nella Chiesa postconciliare, nella politica, nella cultura, nell’economia e della necessità di speranza. Vi era bisogno di uomini, come Lazzati, La Pira, Franceschini, Degasperi. Ci ritrovammo assieme in canonica per la cena, con il parroco don Luigi Trottner; chiedeva tante cose, ascoltava molto. Era stato da giovane a Bad Froy – Bagni di Froy, presso Gufidaun di Chiusa (BZ), che era il luogo di soggiorno estivo degli studenti e dei professori gesuiti: io ci andai il 31 agosto 1954, di ritorno da Tiarno, a visitare un mio lontano cugino studente; vi erano due edifici un po’ vetusti ed una piccola cappella. Allora vi si accedeva per una strada forestale, ora franata. Ora vi si può accedere su un’altra strada forestale da Gufidaun/Gudon, passando per Gnollhof, e i tre edifici, da decenni non più utilizzati, sono una desolante rovina. Martini non vi era più tornato, diceva, perché i ricordi e la nostalgia destavano in lui una profonda tristezza, era un ambiente isolato e posizionato troppo a bacìo.
Quell’estate era ospite di conoscenti milanesi in una piccola villa nel villaggio turistico al Passa Carezza, all’imbocco del Passo Nigra nel Comune di Nova Levante. A Canazei era venuto in macchina, da solo, che guidava sempre molto volentieri: sarebbe poi tornato anche a Milano da solo: lo stare solo gli consentiva di sentire la voce del silenzio e di pensare. Gli piaceva viaggiare veloce e doveva stare attento a qualche controllo. A cena mi fece molte domande: in Fassa passava volentieri, perché era la valle di due suoi grandi amici gesuiti. Parlammo del gesuita padre Antonio Lauton di Canazei (Canazei 06.12.1920 - Milano 04.10.1980), che io conoscevo molto bene, perché la sua casa e la mia casa materna, che ho ereditato, confinavano. Dopo la morte dei suoi genitori (Franzele e Marugena: Francesco e Maria Giuliana) veniva spesso nella sua casa per un breve soggiorno; forse si sentiva solo e visitava per ore intere i miei genitori. Ricordo la sua ultima visita a mio padre a fine carnevale 1980; mi disse che doveva fare una visita medica, perché, mentre si faceva la doccia, aveva graffiato una piccola pustola allo stomaco e ne era uscito un po’ di pus. Fu trovato un tumore già avanzato, che lo portò alla morte sei mesi dopo, ancora prima che morisse mio padre. Padre Lauton aveva studiato, come padre Guido Sommavilla, di cui parlerò dopo, a Trento, poi a Gallarate (Varese) nel Liceo Aloisiasnum e a Chieri (Torino). Aveva poi frequentato l’università a Padova, dove si era laureato in scienze naturali; insegnava al Liceo Leone XIII di Milano. Verso gli anni Sessanta, durante l’estate veniva con studenti a Canazei, che dormivano nei fienili. “Era uno scienziato” diceva di lui Martini.
L’altro gesuita, amico e, a mio giudizio, anche consulente di Martini, era padre Guido Sommavilla di Moena (Moena 16.05.1920 - Gallarate 22.09.2007). Era fratello di don Elio Sommavilla. Aveva fatto lo stesso percorso formativo del Lauton: Trento, Gallarate, Chieri. Lauton e Sommavilla erano stati consacrati a Chieri il 13 luglio 1952 dal cardinale Fossati di Torino: nello stesso giorno era stato consacrato anche Martini, pur essendo molto più giovane. Sommavilla era laureato in lettere, docente al liceo Leone XIII e assistente alla Cattolica di Milano. Era intelligentissimo, buonissimo, gesuita convintissimo, talora arguto e ironico nelle battute, con una grande capacità comunicativa, umanissimo: si può giustamente usare il superlativo; era un gran signore. Sommavilla aveva fatto conoscere in Italia Franz Kafka e tradotto Rainer Maria Rilke; aveva recensito positivamente, in chiave cristologica, “Il Signore degli Anelli” di Tolkien, destando qualche scalpore e qualche critica. Aveva avuto caustiche polemiche con Umberto Eco per l’opera “Il nome della rosa”. Sommavilla aveva conosciuto a Monaco di Baviera Romano Guardini: ne era ammiratore, amava la sua “Weltanschauung” umana, filosofica, teologica, sociale; era “überzeitlich”, sovratemporale. Voleva ritradurre il volume “Il Signore”, perché, diceva, non comunicava alla perfezione il pensiero del Guardini. Aveva studiato a fondo la teologia dei due fratelli gesuiti Hugo e Karl Rahner, docenti all’università di Innsbruck, e di Hans Urs von Balthasar; conosceva bene il pensiero del teologo protestante Rudolf Bultmann. Scrisse nel 1996 (C. Ed. San Paolo) il libro “Maria Domenica Lazzeri. Una mistica in Val di Fiemme”; mi aveva passato il testo preliminare, sul quale avevo fatto qualche nota e qualche osservazione, che non furono condivise. Don Armando Costa recensì aspramente il volume: ricordo una animata discussione con lui, su fronti diversi, a Trento in Via Mazzini. “Sommavilla è un grande letterato e germanista, con una visione umana e cosmica immensa”, diceva Martini e mi citava pensosamente il pensiero del “poeta maledetto” Arthur Rimbaud: “Quando l’uomo giunge al fondo di sé stesso, trova Dio”. Parlammo molto della vita stentata e difficile dei fassani sino agli anni Sessanta ed era orgoglioso che in questa grande povertà fossero cresciuti questi suoi grandi amici, padre Lauton e padre Sommavilla, quasi suoi fratelli.
Rividi Martini a Campestrin, al Collegio Rotondi: fu un incontro un po’ ufficiale, molto liturgico. Seguì il pranzo: Martini parlava poco ed ascoltava tutto; questo atteggiamento piacque poco a qualche parroco, che poi disse che era un cardinale poco piacevole e superbo. Io interloquii, ridendo, e dissi che non aveva capito niente. Nell’opuscolo vi è un ritaglio di cronaca di giornale. Nel 1999, quando il Collegio Rotondi a Gorla Minore (Varese) festeggiò i quattrocento anni di fondazione, fui invitato, in qualità di presidente del comprensorio, da don Oreste Colombo a presenziare; Martini ci salutò uno ad uno con una parola: si ricordava bene della Val di Fassa; tenne un’omelia, scritta, di alto profilo. Una copia è nell’opuscolo. Sino al 2008, per circa 23 anni, il vescovo ausiliare di Münster, mons. Josef Voss, mio carissimo amico, nato a Langenberg (Detmold -Renania) il 09 marzo 1937, deceduto a Münster il 16 dicembre 2009 per una forma tumorale ai linfonodi, passava con dei suoi familiari due settimane di vacanza estiva con me nel mio appartamento: era stato alcuni anni alunno del Martini a Roma, all’Università Gregoriana; diceva che gli studenti attendevano entusiasti le lezioni, che Martini impartiva con grande competenza biblica, senso critico, vastità di orizzonti. Spesso Martini era invitato in Germania per delle conferenze, tenute in ottimo tedesco: veniva sempre collocato sul tavolo un microfono per la registrazione, così qualche tempo dopo usciva un suo nuovo libro. Voss mi raccontava che un giorno passeggiando verso il Labirinto del Passo Carezza, si imbatté casualmente in un camminatore, con il bastone, vestito alla buona, che si soffermava ogni tanto e osservava tutto: lo salutò e riconobbe subito Martini, ma anche Martini riconobbe e ricordava Voss.
Canazei, 20 agosto 2013
dott. Fortunato Bernard